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Il lupo nel Vicentino: ecologia, storia, cultura e conflitti

Il lupo: un animale allo stesso tempo mitico e reale, che genera nelle persone sensazioni e opinioni molto differenti e che infervora e scuote gli animi delle persone. Il recente ritorno di questo grande carnivoro nel Vicentino ha generato un grande impatto sull’opinione pubblica, amplificato dai giornali e dai social. Conosciamolo meglio, per poter comprendere appieno i molteplici risvolti ecologici e sociali legati al suo ritorno, che non sempre sono di immediata intuizione e che spesso sono messi in ombra dalla disinformazione.


Il lupo (Canis lupus) è grande quanto un cane di taglia medio-grande, con una pelliccia che varia dal grigio al rossiccio a seconda della stagione e dell’età. La sottospecie italiana, o meglio appenninica (C.l. italicus), derivante dall’isolamento geografico dei secoli scorsi, è spesso caratterizzata dalla presenza di due bande scure sulle zampe anteriori. Questa sottospecie è attualmente tornata in contatto con la popolazione dell’Europa continentale (C.l. lupus), dunque sulle Alpi si possono osservare entrambe le sottospecie ed eventuali forme intermedie.

La dimensione media di un branco italiano stabile varia dai 7 ai 10 individui, con punte temporanee di oltre 20 individui, e la dimensione media del territorio va dai 200 ai 400 km², con una densità media di 2-4 lupi/100 km².

La segnalazione e difesa del territorio e la comunicazione avvengono tramite marchi odorosi, espressioni facciali e ululati. All’interno del branco vige una struttura gerarchica in continua evoluzione, che va dalla coppia alfa agli individui omega, che devono sopportare tutta l’aggressività e le frustrazioni del branco.


La riproduzione, esclusiva della coppia dominante, avviene all’inizio della primavera. Il numero di cuccioli, solitamente da 2 a 6, varia in base alla grandezza del territorio e alla disponibilità di prede: quando il numero di prede diminuisce o il territorio si restringe per la presenza di altri branchi, nascono meno cuccioli e in questo modo viene garantita loro un’adeguata alimentazione e il giusto spazio vitale, oltre a permettere alla popolazione delle prede di crescere. In caso di annate sfavorevoli, la coppia alfa può anche decidere di non riprodursi. I cuccioli vengono svezzati dopo un paio di settimane e vengono inizialmente nutriti con la carne rigurgitata dagli adulti. Una volta cresciuti, possono iniziare a uscire dai protetti “siti di rendez-vous” e seguire gli adulti, ma ci vorrà almeno un anno di apprendimento per imparare tutte le tecniche di agguato e di caccia.


Al secondo anno di età alcuni giovani entrano nella fase di dispersione e lasciano il branco per cercare un proprio territorio, compiendo spostamenti anche di migliaia di chilometri, ben documentati dai radiocollari con GPS, mentre chi resta aiuta la coppia alfa nell’accudimento dei futuri cuccioli. La fase della dispersione è molto pericolosa, poiché implica l’attraversamento di luoghi sconosciuti, di territori già occupati da altri branchi e di strade trafficate, portando alla morte più del 70% dei giovani per investimenti o scontri con altri branchi. È durante questa fase che è più probabile vedere i giovani lupi girovagare anche fra le case mentre cercano di orientarsi o di trovare cibo.


L’habitat del lupo è molto vario, essendo un animale estremamente adattabile, andando dal livello del mare fino alle più alte catene montuose, con una spiccata preferenza per le zone montane forestate, con basso disturbo antropico e una ricca popolazione di prede. Per tale motivo il lupo è ritenuto un ottimo indicatore ambientale, perché la sua presenza stabile indica l’esistenza di un buon ecosistema equilibrato e poco disturbato. Il lupo è anche ritenuto una “specie ombrello”, poiché la sua presenza coadiuva quella di altre specie animali e vegetali, ad esempio facendo diminuire la popolazione di volpi in montagna e proteggendo indirettamente le sue prede, come i Tetraonidi, o abbassando le concentrazioni estreme di erbivori selvatici, con estremi benefici per la vegetazione boschiva.


Anche l’alimentazione del lupo è molto varia: nonostante una spiccata preferenza per gli ungulati selvatici (caprioli, camosci, cervi e piccoli cinghiali), la sua dieta è molto variegata e opportunista, adattandosi anche a mangiare carogne, insetti, frutta, vegetali e, dove presenti, nutrie.

Se le sue prede sono rinchiuse in uno spazio artificiale, come per altri predatori può verificarsi il fenomeno del “surplus killing”, che porta il lupo a uccidere più prede di quante ne possa mangiare a causa dell’eccitazione predatoria indotta dal fuggi-fuggi di animali agitati.


Storicamente, il lupo è spesso stato oggetto di una caccia spietata e incentivata dalle leggi fin dai tempi di Carlo Magno. Considerato una “specie nociva” (termine fortunatamente desueto e ben superato), in Italia la sua caccia veniva praticata da cacciatori specializzati, chiamati “lupari”, che con armi da fuoco, tagliole e veleno portarono il lupo alla soglia dell’estinzione all’inizio degli anni ‘70, quando resisteva un centinaio di esemplari nelle zone più remote dell’Appennino centrale. Per evitarne l’estinzione definitiva, il WWF Italia e il Parco Nazionale d’Abruzzo indissero l’“Operazione San Francesco” per iniziare una grandissima campagna di informazione e sensibilizzazione su questo animale, che portò alla sua definitiva protezione legale nel 1974, rafforzata negli anni a seguire. Da quel momento, complici anche la crescente popolazione di ungulati introdotti a fini venatori, l’abbandono e rinselvatichimento della montagna e la già citata grande capacità di dispersione dei giovani lupi, questo animale iniziò a ricolonizzare le zone dov’era presente storicamente, riespandendosi sull’Appennino fino ad arrivare sulle Alpi, che tutt’ora accolgono anche esemplari in arrivo dal resto d’Europa.


Attualmente, in Europa sono presenti circa 21.000 lupi, in Italia circa 3.300, sull’Arco alpino un migliaio e in Veneto circa 120 lupi, divisi in 21 branchi al 2021. Questi numeri sono destinati ad aumentare ancora per qualche anno, soprattutto nelle zone pedemontane e di pianura, dove è possibile che si formerà qualche branco stabile con basse concentrazioni, antropizzazione permettendo.

Monitorare il numero dei lupi non è semplice, essendo animali molto elusivi. Il monitoraggio può avvenire tramite radiocollari e telemetria, fototrappolaggio, tracciature sulla neve, ritrovamento di campioni biologici, ascolto degli ululati e analisi genetiche.


Eliminata ormai da tempo la minaccia della caccia legalizzata, tra le attuali problematiche principali di conservazione del lupo si annoverano l’ibridazione col cane domestico (che se non contenuto rischia di condannare per sempre la purezza genetica del lupo), le malattie trasmesse dai cani, il bracconaggio, la perdita e la frammentazione degli habitat e gli investimenti stradali (attualmente prima causa di morte dei lupi, con 300/400 investimenti l’anno).


Quali rapporti corrono tra il lupo e l’essere umano? Partiamo dalle origini. La figura del lupo nella cultura popolare ha subito numerosissimi cambiamenti e ripensamenti nel corso dei secoli, producendo credenze, idee, leggende, favole e stereotipi nell’immaginario collettivo che ancora oggi influenzano l’opinione delle persone. Anticamente, il lupo era venerato come animale simbolo di forza, potenza, maestosità, degno di rispetto. Quest’aura di venerazione ha iniziato a incrinarsi con le invasioni barbariche, quando lo stile di vita nordico legato all’allevamento e alla pastorizia si è fuso con quello dell’antica Roma, portando con sé il timore per gli attacchi agli animali allevati. Con l’avvento del Cristianesimo e la figura del buon Pastore e dell’agnello di Dio, contrapposti al lupo maligno, la situazione è ulteriormente peggiorata e durante il Medioevo il lupo venne associato alle foreste oscure, luoghi maligni e spaventosi, ritrovo di demoni, streghe e, appunto, lupi mannari. Il decadimento sociale e ambientale seguito alla caduta dell’Impero Romano portò a carestie, guerre e pestilenze, durante le quali i cadaveri delle persone venivano lasciati in fosse comuni fuori dalle mura cittadine, a disposizione dei predatori. In tal modo i lupi si abituarono al gusto della carne umana e, complice anche la carenza di selvaggina, decimata dagli uomini affamati, e la diffusione della rabbia, che porta gli animali a essere aggressivi, non mancarono gli attacchi alle persone, soprattutto bambini di pochi anni che custodivano i greggi di pecore. Il successivo aumento della popolazione europea e il disboscamento che ne seguì inasprì ulteriormente il conflitto coi lupi, sulle cui teste e pellicce vennero messi premi e taglie statali molto remunerativi.

Anche durante l’Illuminismo e il Novecento, nonostante lo studio della natura divenne più oggettivo, permasero forti giudizi morali anche da parte dei naturalisti, che non mancarono di descrivere il lupo come vizioso, inumano, rozzo, lascivo e improbo.


Attualmente, nonostante siano ancora vivi moltissimi pregiudizi, la figura del lupo sta venendo rivalutata grazie a un aumento delle conoscenze scientifiche, un importante cambio di mentalità e le molte opere di sensibilizzazione sulla fauna.

Ai giorni nostri il lupo non è pericoloso, poiché rispetto al Medioevo sono avvenuti grandi cambiamenti ambientali, sociali e culturali, la rabbia è stata debellata e i lupi sono tornati a essere profondamente schivi e intimoriti dalla figura umana. Il lupo rimane comunque un animale selvatico, e come tale va trattato, con le giuste distanze e il dovuto rispetto.


Il lupo storicamente era presente in tutto il Vicentino, come dimostrano i numerosissimi toponimi che derivano da “bolf”, lupo in cimbro, o “lovo”, lupo in dialetto: il Vajo Boffetal o Bolfetal, da bolf e tal (valle), il Monte Baffelan, da bolf e lånt, villaggio, Lovaraste, dal dialettale lovo e dal cimbro rast, sosta, le tante contrade Lovati, Lovara, Lovo ecc., oltre alle varie località Lupia/Luppia. Testimonianze riportano la sua presenza stabile nel Vicentino fino alla fine dell’Ottocento, per poi registrare qualche individuo sporadico e solitario per tutto il Novecento, prontamente ucciso.


Il ritorno del lupo ha giustamente risvegliato le antiche angosce degli allevatori, non più abituati alla presenza di un predatore del suo calibro. Anche una parte del mondo venatorio non è felice del suo ritorno, poiché lo vede come un concorrente nella caccia alla selvaggina e lo teme per i possibili attacchi ai propri cani. È dunque necessario mettere in atto opere di mitigazione dei conflitti per aumentare l’accettazione sociale e preservare l’attività pastorale, le tradizioni e il paesaggio montano.


Diverse ricerche dimostrano che gli attacchi più gravi al bestiame domestico si verificano soprattutto nei primi anni di ritorno dei grandi carnivori, per poi diminuire e stabilizzarsi una volta che sono state messe in atto le adeguate misure di protezione, che possono aiutare a diminuire le perdite e talvolta ad azzerarle. Le principali misure di protezione includono il ricovero notturno del bestiame, l’utilizzo di cani da guardiania, di recinzioni elettrificate e di dissuasori acustici e luminosi. A tal proposito, sul Monte Grappa è attivo un progetto di radiocollaraggio tramite cui i sistemi di dissuasione vengono attivati con la vicinanza dei lupi ai luoghi di presenza del bestiame, oltre all’invio di un SMS agli allevatori.

I danni da Canide sono solitamente risarciti al 100% e per il Veneto è previsto un fondo di circa 250.000 euro.


La richiesta di abbattimento e selezione dei lupi, solitamente messe in atto con gli ungulati, è una richiesta pericolosa: è dimostrato da diverse ricerche, infatti, che l’abbattimento di uno o più esemplari di un branco, in particolare di un esemplare alfa, può provocare la disgregazione o destabilizzazione del branco e portare a un aumento generalizzato degli attacchi, non più coordinati in un solo attacco di branco.


Per quanto riguarda il settore turistico, il ritorno del lupo può essere ambivalente. La sua figura può affascinare i turisti e diventare elemento di attrazione, come avviene già in molte zone d’Italia e d’Europa, anche grazie al fatto che questo predatore è indice e garanzia di elevata qualità e grande pregio ambientale. Il lupo, tuttavia, può anche diventare un fattore di rischio per il turismo, diventando potenzialmente un disincentivo alla frequentazione se i turisti diventano timorosi, soprattutto in seguito alla circolazione di notizie sensazionalistiche sui media, e aggravare progressivamente l’abbandono dei pascoli e delle tradizioni montane.

Il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa diventa cruciale: è dimostrato, infatti, che la copertura mediatica tende ad aumentare durante le fasi iniziali di ritorno di un grande carnivoro, riportando soprattutto notizie truculente, enfatizzando fortemente le predazioni e l’ira degli allevatori e influendo così negativamente sulla formazione dell’attitudine delle persone e sui livelli di accettazione di questo animale. Molto spesso la stampa riporta informazioni distorte, non corrette o superficiali, non supportate dal lavoro di zoologi e faunisti e spesso riferite ad attacchi di cani, e diventano prontamente fake news amplificate sui social media, provocando grave disinformazione. Le ricerche dimostrano, comunque, che il settore turistico non è stato intaccato dal ritorno del lupo e che, al contrario, sono stati osservati aumenti della presenza turistica anche in correlazione al carattere attrattivo naturalistico di questo animale.


È naturale e comprensibile che gli allevatori che si trovano a dover cambiare radicalmente le proprie abitudini e dover tornare a proteggere i propri animali (compito non semplice e non sempre fattibile), il ritorno del lupo rappresenti un ulteriore fattore negativo che va a gravare sulla già difficile e spesso precaria situazione lavorativa montana. Gli allevatori spesso si sentono abbandonati dalle istituzioni e devono convivere con la paura di vedere i propri animali sbranati, morti o sofferenti, sentendosi impotenti; spesso i mezzi di protezione che vengono forniti non sono ritenuti adeguati e i rimborsi non idonei. È dunque doveroso supportarli nel loro lavoro, in primis a livello istituzionale, con studi eseguiti ad hoc su ogni singolo allevatore ascoltando tutte le sue necessità, anche per preservare il paesaggio montano e la ricca biodiversità dei pascoli alpini, e mirare a forme pacifiche di convivenza che siano sviluppabili e sostenibili nel lungo periodo e socialmente condivise. Sono necessarie ancora numerose opere di sensibilizzazione e di formazione sul ritorno del lupo, oltre a puntare su una maggiore comunicazione fra gli Enti preposti e gli allevatori stessi.


Solo in tale maniera il lupo potrà tornare vivere sulle nostre montagne non più perseguitato, i turisti potranno godere di un territorio ecologicamente sano ed equilibrato e gli allevatori potranno continuare a fare il proprio lavoro senza stare costantemente in pensiero per i propri animali.


Testo di Jessica Peruzzo, autrice de "Il ritorno del lupo sulle montagne vicentine"




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